email facebook twitter google+ linkedin pinterest
LAC Lugano Arte e Cultura
Calendario e informazioni >
X Chiudi

Produzione LuganoInScena 2018

DEBUTTO:
26-27.09.2018
Lugano, Teatro LAC


23-28.10.2018
Torino, Teatro Astra

30.10-4.11.2018
Milano, Piccolo Teatro Studio Melato

08-09.11.2018
Novara, Fondazione Nuovo Teatro Faraggiana

10.11.2018
Saronno, Teatro Giuditta Pasta

23.11.2018
Rimini, Teatro degli Atti

11-16.12.2018
Napoli, Teatro Bellini

06-11.02.2019
Brescia, Teatro Santa Chiara 

video

Avevo un bel pallone rosso

di Angela Demattè, regia di Carmelo Rifici

Teatro

Nel 50° anniversario del 1968 torna in scena, in un nuovo allestimento prodotto da LuganoInScena, Avevo un bel pallone rosso, indagine sulla figura di Margherita Cagol, fondatrice delle Brigate Rosse.

“Avevo un bel pallone rosso e blu, ch’era la gioia e la delizia mia. S’è rotto il filo e m’è scappato via, in alto, in alto, su sempre più su. Son fortunati in cielo i bimbi buoni, volan tutti lassù quei bei palloni”: così scriveva la piccola Margherita nei suoi quaderni d'infanzia. Una filastrocca che è quasi un’inquietante allegoria di quello che sarà il destino della sua vita. Questa bambina sarà da tutti conosciuta con il nome di battaglia “Mara”.
Attraverso i dialoghi tra Margherita e suo padre, si racconta la vicenda di una ragazza cattolica nata in una città di montagna, poi diventata una delle fondatrici delle Brigate Rosse. Soprattutto, si delinea il rapporto concreto e drammatico tra un padre e una figlia, segnato da un affetto profondo, nel quale tuttavia la storia e le scelte personali scaveranno un solco terribile. 

Carmelo Rifici, dopo 7 anni dal suo debutto, torna a questo bellissimo testo dove tutto, dai dialoghi ai silenzi, conduce lo spettatore nelle atmosfere degli anni di piombo, attraverso un’indagine emozionante dei  rapporti familiari. Nello struggente conflitto tra Margherita e suo padre, il pubblico ritrova la stessa aria fredda e vibrante che si respirava durante la burrascosa epoca che dal ‘68 portò alla stagione del terrorismo.

"Lo spettacolo è costruito su uno spazio scenico semplice ma necessario per lo sviluppo del rapporto tra Margherita e suo padre, tutto lo spettacolo in realtà tende esclusivamente a muoversi tra le maglie di questo rapporto. Il testo di Angela Demattè sembra voler esemplificare la vicenda umana di Mara Cagol, dai suoi studi universitari di sociologia a Trento alla sua tragica morte, avvenuta il 5 giugno 1975 nel corso di uno scontro a fuoco coi carabinieri, presso la cascina Spiotta d'Arzello dov’era stato nascosto l'industriale Vittorio Vallarino Gancia, sequestrato il giorno precedente dal nucleo brigatista. In realtà la storia delle BR è un pretesto usato dall’autrice per addentrarsi in un terreno più fecondo e misterioso: quello delle relazioni umane profonde e dell’impossibilità della relazione. Senza dimenticare i luoghi della difficile relazione, Trento e Milano. A Trento Mara è Margherita, figlia e studentessa, a Milano Margherita è Mara, combattente membro del comitato esecutivo delle Brigate Rosse. A Trento Margherita parla in dialetto e si pone di fronte al padre con il dubbioso sentimento di amore e di ribellione, a Milano Mara parla un italiano burocraticamente ideologico e si pone di fronte al padre senza dubbi e con l’assoluto amore verso la causa brigatista. A Trento il Padre parla in dialetto e il suo dialogo impossibile con Margherita è basato sull’amore assoluto verso i figli, la famiglia, la religione cattolica e il lavoro, un amore assoluto che rifiuta il relativismo emozionale, rifiuta il personale. A Milano il padre non sa più in che lingua parlare e cerca in Mara un sentimento filiale ormai impossibile da recuperare. Lo spettacolo tratta dell’impossibilità del linguaggio, che si palesa nel cancro alla bocca che ucciderà il padre, bocca dalla quale non uscirà mai la parola Amore, e nella perdita della lingua natale di Margherita, senza la quale è impossibile veicolare gli affetti più cari." (Dalle note di regia)